RECENSIONI

 

I due&l'una - di Franco&Forte

  Tarzan&jane, Catullo&lesbia, eco&narciso, papaveri&papere, la luna&i falò, olivia&popeye, Giuditta&Oloferne, minnie&topolino, hyde&jekyll, tristano&Isotta, otello&Desdemona, ginger&fred, autogatto&mototopo, bonnei&clyde, manetti&robert's, personaggi&interpreti, sansone&dalila, sale&pepe, trailo&cressida, dafni&cloe, deucalione&pirra, mare&monti, armi&bagagli, faust%margherita, il principe&la ballerina, castore&polluce, david&Betsabea, arcibaldo&Petronilla, marcel&odile, Filemone&bauci, bouvard&pécuchet, balocchi&profumi, il danno&la beffa, sturm&drang, rosa&rosa.

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Rosa cerchi gli dei . ( lettera personale da Gioia Grasso1996)

Comincierò nel tempo che è passato da quando ho visto le tue opere a Roma. non ho dimenticato nessuna sensazione nessuna forma nessun colore. i tuoi racconti scavano le profondità. Le atmosfere si oppongono e si attraggono avanzano verso lo spettatore come energia in lotta nei blu nei rosa nei gialli ma soprattutto nei neri, tutti avanzano, e con trascuratezza infallibile cantano a piena voce icone. La conchiglia che era incastonata nel seno di "Maria del mare" mi ha condotto alla mano dolce di un bimbo sulla riva, raccoglie quello che non conosce e lo porge alla madre…. le pietre senza dolore sdraiate sulla juta ci rammentano che, nella paura della pietra c'è dolore, i lacci legano le ferite dei mari dei celi degli spazi dei corpi, tormentati, , frughi nei colori nelle forme nei rattoppi… i paesaggi come i figurati perdono il senso comune , si mescolano diventando "natura unica". negli ultimi lavori hai inserito filo spinato per coronare le teste. Il materiale che usi come colore sono ricerche ritrovamenti storie che si possono creare con la fantasia seguendo il filo di antichi ricami. Non perderò il ricordo di "Sarah" il primo lenzuolo di letto della nonna. ........

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1999 Mostra Galleria VITTORIA via Margutta

Il gusto della provocazione non manca certo. (di Gioia Grasso)

Se l'anima come dice Plotino, è sempre un'Afrodite, allora ha sempre a che fare con la bellezza, le risposte estetiche di rosa , sono la partecipazione pittorica ' IMMAGINALE ' alla nostra sensibilità mitica che coglie le autentiche notizie di cose invisibili. I suoi personaggi istoriati, con innesti di elementi naturali, sono tutte immaginazioni in cui si esalta il sentimento dell'armonia cosmica che infiamma Eros, una connessione pittorica con il mito che procede attraverso l'anima, includendo specialmente la sua bizzarra fantasia e la sua sofferenza. Un disvelare ed estrarre l'anima, riconoscendole importanza mitica e viceversa.

Gli spaghi legano le ferite di mari, di cieli, di corpi, rosa fruga nei colori nelle forme, nei rattoppi, e le figure perdono il senso comune, si mescolano diventando "natura unica".

Le "materie " che rosa usa sono ritrovamenti, storie che si possono ri-inventare con l'immaginazione negli odori di una personale geografia. Gli eroi soli, unici, non sono contenibili per intero nello spazio delimitato della tela, fuori dal quadro possiamo figurarli nella mente.

Le atmosfere si oppongono e si attraggono, come energie in lotta avanzano, e con trascuratezza infallibile cantano a piena voce icone.

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Di Vittorio Esposito 1999

Dopo aver esplorato il mito dell'avventura e della sete di conoscenza e quello dell'attesa attraverso le figure di Ulisse e Penelope, DIDRIGIDA è ora approdata nelle terre del “mito” inteso come “pensiero”, stimolo e base di ogni azione umana, che non può prescindere dalla consapevolezza della propria interiorità rapportata a quella espressa dalla natura in ogni sua manifestazione.

Il “mito” diviene, così, uno strumento di indagine che utilizza tradizioni pagane, folcloristiche e religiose per penetrare in una dimensione che involge l'uomo come parte in scendibile dell'intera natura. La traduzione in “immagini” delle sue ricerche viene effettuata in piena libertà espressiva conseguendo risultati certamente originali, in bilico tra ciò che è percepibile con i sensi e ciò che è scopribile con la coscienza attraverso una armonia compositiva che tende ad aprire spazi improvvisi e imprevedibili organizzati in modo da superare il presente per divenire simbolo di una suggestione, di una particolare atmosfera evocativa.

Ogni sua opera ( sia in una tecnica mista o una scultura, o meglio, una istallazione) implica tutto un sistema di segni ( tela di juta, sabbia, legno,ferro,conchiglia, spaghi, lino ricamato, colore,…) il cui concatenamento logico crea un linguaggio espressione metaforica della natura. Le “figure”, con le quali interpreta i miti pagani (Selene, Nix), quelli, a metà strada tra religiosità e folclore, della tradizione gitana ( le tre Marie: Jacobè, Salomè e Sarah) e quelle della nascita, morte e resurrezione ( “visti” attraverso la lettura dei vangeli secondo Marco, Matteo e Giovanni) sembrano scaturire dall'inconscio ove sono state destrutturate espressionisticamente fino a divenire maschere o demoni tribali in atteggiamento che provengono, più che da un contesto naturale o fisiologico, da impulsi interiori.

L'assemblaggio di forme e oggetti viene effettuato da DIBRIGIDA non solo per consentire la concentrazione sul loro significato plastico e spaziale ma soprattutto per costruire scenari di un percorso emotivo nelle zone più remote della memoria. Il reale ( lo squarcio nella juta) e l'onirico ( lo squarcio dipinto) interagiscono nello spazio pittorico per sollecitare suggestioni e riflessioni sui misteri dell'inconscio.

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IL SEGNO Di Teobaldo Fortunato

Se il segno connota, da sempre, ogni aspetto dell'arte, come il tentativo di estromissione del sé da sé, allora DIBRIGIDA può definirsi un'artista: ha attraversato vie battute e note del cinema, del teatro, per riapprovare sulla spiaggia da cui era partita: la pittura. La ricerca di DIBRIGIDA ha anche il sapore intimo e raccolto della memoria che fagocita relitti e li restituisce candidi testimoni del vissuto più profondo. Quello di ciottoli e sassi, vetrini colorati e legnetti levigati dal sole e dal sale, legati alla juta. Brandelli di vita: il quotidiano singolo e collettivo. Inutile cercare nelle opere di DIBRIGIDA citazioni dotte, accademiche e ammiccanti, da Egon Schiele a Burri. La sua è una ricerca personale in cui confluiscono esperienze cromatiche attinte tout court agli elementi prigeni della natura, senza mediazioni di sorta. Pertanto anche i colori, in apparenza marcati da tratti tenebrosi e decisi sono, in realtà, rubati alla dea madre, la terra, ed alla notte, spesso presente, soprattutto in alcuni arazzi sui quali DIBRIGIDA interviene con pudore di rivelazioni minime, affinché, in ogni caso, l'anima non sia lacerata dall'inquietudine e dal dubbio.

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I PIEGONI - IL NEOBAROCCO DI DIBRIGIDA da romac'è 2006 - 14 novembre

DIBRIGIDA nel suo viaggio inverso nella pittura, inizia con segni Picassiani, passando per i bruciati di burri, nell'ultima produzione è quasi michelangiolesca nella considerazione dell'estremo libertarismo e dell'estrema incognicità di cui gode l'artista e la persona
Le pieghe di cui sono protagonisti i corpi avvolti dalla loro stessa pelle non nascondono ma svelano il tempo. Sipari rossi ammantano corpi piegati, oltre la possibilità che la carne consente è lo spettacolo. Dai solchi emerge la vita. Nella piega DIBRIGIDA ha trovato la sua ultima ispirazione.

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